Secondaria II

INCONTRO CON DON RIGOLDI

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“La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera”

di Marco Tonini*

Il giorno 10/04/2014 gli studenti delle scuole superiori degli Istituti “Redentore”, in occasione dell’ Assemblea di Istituto tenutasi nel teatro multifunzionale dalle ore 11.00 alle 13.00, hanno incontrato don Gino Rigoldi. Nato a Milano nel 1939, sacerdote dal 1967, don Gino è, dal 1972, cappellano del carcere minorile ambrosiano C. Beccaria ed è fondatore di Comunità Nuova (1973), un’associazione che si prefigge di aiutare i ragazzi usciti dal carcere a reinserirsi nella società. Dal 1999 organizza e guida le  “Case del sorriso”, per aiutare i bambini a rischio d’abbandono e i  giovani rumeni inoccupati. Ha ricevuto l’onorificenza di cittadino benemerito del Comune di Milano e di Cavaliere della Repubblica. Nel  2007 ha pubblicato Il male minore. Devianza giovanile, un problema per tutti, un libro che analizza il problema del disagio giovanile. Dinanzi a una platea gremita e in riverente silenzio, don Gino ha ripercorso le tappe essenziali della sua vita e della sua attività, mettendo in luce l’importanza della figura della madre per le scelte che hanno orientato il suo impegno nel mondo: affabile, mite, sempre pronta a sottolineare le qualità positive anche nelle persone giudicate, e spesso marchiate a fuoco, dai più, la signora ha instillato nell’animo del figlio che c’è del bene in tutti, e che questo bene può e deve emergere. Il giudizio cristallizza e uccide, talvolta in modo definitivo, la comprensione (non la giustificazione!) offre speranza e, spesso, salva. L’idea di lavorare per gli altri, e forse la stessa idea del sacerdozio, è presente in nuce in queste parole semplici eppure profondamente vere, che sembrano confermare la tesi di Tolstoj per cui il popolo, l’umile popolo, è portatore di Dio e, ancor prima, del detto evangelico “hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25). Del resto, già quando era studente del Collegio Arcivescovile Rigoldi alloggiava “abusivamente” gli immigrati meridionali che, negli anni del boom economico, si trasferivano numerosi al Nord in cerca di condizioni di vita e di lavoro più dignitose. Don Gino, interrogato successivamente su quali siano le ragioni che spingono i giovani a commettere reati puniti con il carcere, ha risposto che, spesso, è la causa è la povertà ingenerata dalla crisi economica, cui si aggiunge l’edonismo imperante che, svalutando ogni forma di sacrificio, rende più difficile accettare un declassamento economico e sociale. A partire dal 2008 il Beccaria si è riempito di ragazzi disoccupati e figli di disoccupati, magari sorpresi a rubare un panino al supermercato; quasi assenti, d’altra parte, risultano i figli della “Milano bene”, rampolli di dinastie di medici, ingegneri, architetti e di altre redditizie occupazioni. Naturalmente ciò non significa stabilire un’equazione di tipo positivistico tra condizioni economiche e tendenze sociali, ma mettere in luce che le nuove generazioni, cresciute nel benessere, non sono state educate all’idea di “mettersi in gioco” e, di fronte alle difficoltà del presente, scelgono la scorciatoia, la via in apparenza più semplice, che, però, condiziona, talvolta in modo irrimediabile, le loro vite. E’ evidente la consonanza di queste opinioni con le idee espresse dallo scrittore Eraldo Affinati, ospite degli istituti “Redentore” due mesi fa e autore di un apprezzatissimo intervento. E’ evidente, inoltre, che il sistema giudiziario italiano non può comminare pene tanto severe a chi ha commesso reati di lieve entità, e per fame: ma chi se ne occupa? Può un Paese chiudere gli occhi sulla situazione di coloro che sono destinati, in un futuro prossimo, a dirigerlo, a tutti i livelli? la giustizia italiana si comporta come il tiranno Trasibulo di Mileto (VII secolo a.C.), che, per mostrare al collega Periandro in che modo si governa uno Stato, entrò in un campo magnificamente coltivato e recise tutte le spighe che vedeva sorpassare le altre (Erodoto, Storie, V, 92). Perchè, ulteriore punto di contatto con Affinati, don Gino sostiene che, spesso, sono i migliori a pagare il prezzo dei loro errori e ad essere estromessi dalla possibilità di mettere a frutto le loro potenzialità: chi cerca una soluzione può sbagliare, chi ha le spalle coperte e non ha bisogno di nulla non rischia e si salva; ma, se tutti partissimo dallo stesso punto, le gerarchie vigenti (di ruolo, meriti e capacità) si capovolgerebbero. Rigoldi, lo ripetiamo, non intende fare del “buonismo” (atteggiamento tipicamente italiano, e dai risultati deleteri): suo primo compito, di fronte ai nuovi arrivati al Beccaria, è quello di renderli consapevoli dello sbaglio commesso e del danno inflitto alla società. Il perdono, in ottica cristiana, non può prescindere dal riconoscimento dei peccati e dal correlativo pentimento. 

Si tratta di un momento difficile, per chi esamina e per chi deve passare al setaccio, magari, le scelte di una vita intera. E non è esente da rischi: il dolore per il male compiuto e il rimorso, soprattutto nel caso di crimini gravi come l’omicidio, volontario o preterintenzionale, possono condurre alla disperazione più nera e alla distruzione di sè. Ma, anche senza raggiungere questo estremo, occorrono molti anni perchè si arrivi ad un sofferto, soffertissimo perdono di sè: a questo sono tesi gli sforzi di don Gino e dei volontari, che cercano di inculcare il principio per cui ciò che è tolto deve anche essere restituito, attraverso una dura espiazione che permetta di mettere al servizio degli altri le doti migliori usate in modo distorto o per recar danno. Solo allora si può dare un senso e una direzione ad un’esistenza schiacciata dal peso insostenibile del rimorso. Il concetto chiave dell’intervento del sacerdote è stata la parola “recupero”. Che prospettive hanno i giovani usciti dal carcere? Che futuro possono costruirsi? Dopo aver perso i contatti con la società esterna al carcere per periodi anche molto lunghi, cosa possono fare? La verità è che non hanno supporti, ci si disinteressa di loro. Rubano per fame e, scontata la detenzione, sono rifiutati dagli altri e non trovano lavoro: ecco, dunque, ripresentarsi le stesse condizioni che li hanno spinti a commettere il reato. La recidiva, in questi casi, è altamente probabile. Per ovviare a questa situazione don Gino ha fondato Comunità Nuova che, attraverso il supporto psicologico e l’avviamento alle varie professioni, ha dato una speranza a molti ragazzi che la vita fuori dal carcere avrebbe quasi sicuramente distrutto. Molti ce l’hanno fatta e svolgono attività soddisfacenti, hanno famiglia e figli, hanno raggiunto l’obiettivo di una vita normale. In questa direzione prosegue l’impegno di don Gino, che ha anche adottato alcuni di questi ragazzi. Non possiamo che augurare a Rigoldi, che non vuole “andare in pensione” (come ha detto argutamente) prima di aver avuto la certezza che il suo lavoro sia svolto da persone che nutrano lo stesso zelo, di continuare a essere fiaccola per il presente e luce per l’avvenire, persuasi della profonda verità del detto evangelico: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (…)”.

* docente di lettere, Istituti Redentore